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BREAK POINT POETRY / CITTÀ POETICA 2017

dalla Casa Circondariale Regina Coeli

 

 

ALESSANDRO C.

Maledetta cocaina

 

Bianca grassa pure bona

Se la incontri non perdona

Eri solo un ragazzino

E t’ha reso un burattino.

 

Nulla sembra più importante

Tu sei un nano lei un gigante

Che t’entra nella mente

Lotti ma non serve a gnente.

 

Passi l’anni tua migliori

A fa’ li danni a colori

Te fa perde tutto quanto

E te lascia col rimpianto.

 

Poi te senti un eremita

Dentro un libro senza vita

Mentre cresci e te ‘nvecchi

Tanti amici te fa’ secchi.

 

Vedi gente che la scarta

Mentre te voi sempre l’altra

Ma la sniffi e fai li buffi

Te la coci e te la fumi.

 

Alla fine te rovina

Pure l’anima te n’quina

Di te stesso perdi stima

E vai a rota più de prima.

 

 

ALESSANDRO G.

Dietro le mura

 

Vedo i gabbiani dietro le sbarre

In questa malinconica galera

E vorrei essere come loro

Per vedere la libertà, ma quella vera.

 

Vorrei volare su nel cielo

per vedere il mondo intero,

ma sono chiuso fra queste mura

e vedo solo che la libertà è

la più bella cosa

che una persona dovrebbe averne cura.

 

Vedo il malessere dei detenuti

e la tristezza degli animi perduti,

vedo gli occhi e i malori

di chi pensa al mondo fuori,

vedo soltanto che c’è tristezza.

E un detenuto la sente di più

chiuso in una cella così stretta.

 

 

AMEDEO V.

Anny

 

Un abbraccio sereno,

un respiro sussurro,

tu nel letto che aspetti.

Passione e senso della mia vita,

reale momento di ogni pensiero,

tu solo amore dei miei giorni.

 

 

ARDUINO R.

La confusione

 

Da quer giorno che m’hai detto: so’ confusa

poi ar colloquio nun sei più venuta.

Me mannavi lettere d’amore,

lettere che non hai mai scritto cor core.

 

Co’ ‘sta storia ho capito tante cose.

Ma ce n’è una che ce legherà pe’ sempre

e so’ i du’ belli figli de’ papà, colpevoli veri,

che se nun ce fossero loro c’avressi solo voglia de’ scappà.

 

C’è voluta ‘sta brutta detenzione

pe’ capi’ che era finita l’emozione.

Ce so’ stato male, c’ho sofferto, ho pianto

ma manca poco pe’ torna’ da ‘sti gioielli.

 

E ora che c’ho ‘na faccia brutta e triste

me guardo allo specchio e so’ confuso.

‘Na confusione che me strema er core,

‘na confusione che non è d’amore.

 

È solo sta’ esperienza infame e dura

che me regala st’aspetto un po’ provato

che chiudo dentro

perché emozione e core non m’hanno

mai dato confusione, ma solo amore.

 

E c’è ‘na cosa che me rincora.

È quanno la domenica

vado a messa co’ li compagni mia

e se girano a canta’ verso la vergine Maria,

ce so’ du’ frasi che sento nel mio cuore e so’ le testuali:

È l’ora più bella che suona nel cuore

che mite favella, di pace e d’amore.

Ma allora che giustificazione me poi da’ a ‘sta tua confusione?

 

 

ELVISIO VALERIO C.

Occhi di sole

 

Occhi di sole

Sguardo profondo

Capace di bucare il cuore

Arrivando all’anima

Profumo suadente

Essenza prepotente

Impavido coraggio dell’essere

Impetuosa, scalciante creatura

Dolce e selvaggia

Binomio assonante dirompente

Indivisibile l’uno dall’altra

In mille tenzoni mai pattate

Sempre dominanti.

Occhi di sole tempesta di neri capelli

Sapore di miele profumo di brezza….

Occhi di sole!

 

 

FABIO B.

Vorrei dare

 

Vorrei dare felicità

e donarla a chi non ne ha.

Vorrei dare a molta gente

in questo mondo sofferente.

Vorrei dare tanto amore

a chi soffre e ha dolore.

Vorrei dare tanta gioia

a chi si tormenta

o a chi s’annoia.

Vorrei dare un sorriso

a chi non ne ha sul suo viso.

Vorrei dare a tutto il mondo

tanto amore, il più profondo.

 

 

FRANCESCO Ca.

Per non finire

 

Lei mi raccontava della sua vita

Io ascoltavo e mi lasciavo condurre dalla sua voce

Gli occhi si illuminavano arricchendo lo spazio

Il suo corpo precipitava in un intenso clamore

Irresistibile la sua fragranza

e la sua eterna bellezza

imperneata in un cono d’ombra.

Così mi apparve.

E da allora fu solo amore.

 

 

FRANCESCO Co.

Tu una parte di me, la migliore

 

Era l’11 novembre di diciannove anni fa

quando come un uragano sei entrato nella mia vita

dandole finalmente un senso.

Era il buon vento che accarezzava la mia anima

il vento dell’amore, quello indelebile.

Indissolubile.

L’amore per sempre,

quello di un padre per il proprio figlio.

La mia lontananza fisica

che tu più di me hai patito tanto

non ha sciolto quel legame di sangue che ci unisce.

Le nostre contrapposizioni

dovute alle mie scelte sbagliate

sono state sopite dal continuo cercarsi

dal bisogno di vedersi.

Da una scelta sbagliata

può nascere qualcosa di buono.

Dall’unione con tua madre sei nato tu

una parte di me.

La migliore.

 

 

GIAMPIERO C.

La piovuta estate romana

 

Il viaggio ancor più in largo

Della luna… metrico l’eco

Rimbarza il mio sguardo

Come l’affanno vicino e lontano

Gioco della luce.

Ad ogni pensiero che avanza

Un binario di trambusto lungo

Aspetta il viaggio se non il saluto

Di pioggia nella luce.

Come il malato scultore

Di marmo sulla pelle.

Inclina alla finestra il ronzio avanzare.

ll suono bombarda…. sembra ormai sfuriato

Il prorompente rumore dell’anima.

Adagia a chi vuol stare zitto ad ascoltare

Il colore della notte cambiare

Il vesto umore

Di pellicole.

Riflettere… sembra il cielo

Passati gli istanti ricordi.

Accesi.

Il passato seppellisco

Sotto le mie finestre

Con grigie nere… ombre sbarrate

Ricamate dal cielo.

Allontana la mia fretta ancor più

Il richiamo alla vista

La pioggia

Cancella la mia base di partenza

Come il soffio del vento

Apro e Chiudo

La finestra

Il respiro pellegrino in marcia

Di coerenza

Come soffitta al cuore

Ai lampi

In balcone

Un fiore spalanca

Denso ancor più grosso

Di goccia dal rumore.

Ogni goccia è un suono

Proveniente… diverso.

Forse porterà

Fraseggiando a mia figlia

Il colore di una notte

Nel sonno una richiesta

Anche quando dormo

Quel che penso.

Di chiudere questa finestra.

Nella tempesta

Giocherò con il cuore

Come il fiore.

 

 

GIOVANNI M.

Un tuffo nel passato

 

Era un bell’uomo, mio padre,

classe 1906, un signore d’altri tempi,

con la postura eretta nel suo bel vestito sartoriale

e l’immancabile borsalino a coprire il capo sulle ventitré.

 

Mezzo secolo lo separava da quell’unico figlio

Venito al mondo con difficoltà,

nato per un miracolo, quasi morto,

eppur così voluto e così amato.

 

Un amore diviso da due generazioni

Dove le attenzioni non erano comprese,

dove i silenzi erano un dialogo frequente,

dove la rettitudine e l’antica educazione

erano le sbarre di una cella.

 

Per un ragazzo figlio del suo tempo,

discepolo di un cambio generazionale,

socialmente impegnato, con i capelli lunghi,

i pantaloni a zampa d’elefante e

l’ovvio giubbino di pelle sulle spalle.

 

Troppo presto hai intrapreso la strada dell’oblio

Lasciandomi nella solitudine, orfano della tua presenza,

ad affrontare una vita che mi ha segnato forte,

privandomi di tutte le parole che avrei dovuto dirti

e che mai dissi.

 

Oggi, ormai adulto, genitore, nonno e figlio ingrato,

comprendo finalmente il tuo pensiero,

l’ironia sottile dei tuoi modi,

la durezza, all’occorrenza, del tuo sguardo.

 

E ti ringrazio per tutto quanto hai fatto

Per le passeggiate amene,

le lunghe attese nel cortile della scuola,

per le barchette di carta varate al fontanone,

per i caffè delle cinque di mattina.

 

Per avermi insegnato il valore dello studio,

della famiglia unita, anche quando è difficile restarlo,

del lavoro, delle arti, della parola data,

della sobrietà dei modi e dell’educazione.

 

Troppi silenzi fra di noi, poche parole,

anche in quel giorno, doloroso e duro,

in cui hai strappato quei minuti all’oltre

per quell’ultima debole stretta,

sul confine sottile dell’immortalità.

 

Oggi, sono passati sette lustri,

vivo ancora nel ricordo di quel giorno,

nel rimorso della mancata intimità

con un uomo buono,

troppo distante dal mio tempo.

 

Quante cose avrò da dirti

e quanto vorrei che tu mi raccontassi

Il giorno in cui saremo nuovamente uniti.

Oggi ti penso spesso e vivo le mie pene con onore,

certo del tuo amorevole perdono

e della paterna tua benedizione.

 

 

LUCA D.

5 gennaio

 

Ricordo ancora quando sei nato.

Eri così piccolo, indifeso.

Ma eri più forte di un soldato.

Per sei volte mi hanno detto che

all’indomani non saresti arrivato.

Ma oggi, guardati che sei diventato.

Sei la gioia più grande che Dio mi ha dato.

Ma io, ad oggi, ancora non te l’ho mai dimostrato.

 

 

LUCA N.

Ricordo di Anatolia

 

I lisci capelli d’oro.

I vispi occhi di cielo.

Il sorriso generoso ed ampio

I lineamenti un po’ grezzi

da fanciulla di paese.

Il petto fiero e già fiorito.

La tua fama di “ragazza facile”

che m’intrigava e respingeva

a un tempo; ed il tuo nome,

misterioso ed ammaliante

nel suo esotico richiamo.

 

Mi portavi per la mano

lungo i borghi e le campagne,

ed io tremavo nel cuor mio

nel sentirti così viva

così prossima al mio corpo

e quel calor nelle tue dita

fra le mie, colme di attesa.

 

Quel giorno mi guidasti

in un bel campo di grano

- o fu forse un grande prato –

con il sole che splendeva

di promesse ed orizzonti

ai nostri occhi ancora chiari

ai tuoi capelli già lucenti;

tu ed io da soli,

senz’alcuno intorno a noi,

la tua mano nella mia

e tu che sospirosa mi dicevi:

“Guarda qui che bello è!”.

E come un fremito nella tua voce

io percepivo, inquieto e trepido,

e nell’aria si fermò, sospeso,

e tutt’uno si fece con la luce

con la lieve brezza del meriggio.

 

Così giovane ero allora,

e così sciocco e timido,

che il coraggio non ebbi di baciarti,

né sussurrarti parole gentili

o stringere più forte le tue dita

fra le mie, adagiate e avvinte.

Avrei voluto replicarti:

“Mai nulla può esser bello quanto te”.

Ma rimasi muto, rapito in quell’incanto,

e una lietezza strana mi pervase

tutta la mia essenza invase, e scolpì

nel mio cuore quel ricordo

come di grazia in un eterno sigillo.

 

Primizie di vita noi eravamo

e quel sospiro d’anima rimase

incompiuto, incolto al vento

germoglio di sole reso al tramonto.

 

Ti rividi anni dopo, in un parco:

spingevi una carrozzina, tutta sola.

Ancor di più non trovai l’ardire

di fermarti, di parlarti:

il tempo aveva ormai smorzato

la fulgida luce del tuo volto

e stanca mi paresti, e dissipata.

Ti compresi: anche in me

di già la vita aveva infierito.

Chissà se fosti felice, almeno un giorno;

chissà se ora lo sei, almeno un po’!

 

Probabilmente mi avresti deluso,

o forse tradito anche tu;

ma quanto vorrei, adesso,

tornare a quel giorno insieme a te,

a quel campo d’erba nuova.

Oggi sì che avrei il coraggio

di baciare le tue labbra,

di premer la mia mano nella tua,

di completar quell’innocente sogno

quel desiderio ardente

d’amore, di vita

e gioventù svanita.

 

 

LUCA P.

Roma “Tutta”

 

Roma?!

Roma è come ‘na mignotta a fianco ar foco

e a vorte pe’ vede’ si quant’è bella, te basta

avicinattece quer poco.

Ma occhio viaggiato’

che er foco scotta.

 

Roma nun è tutte l’altre.

Roma nu’ li chiede

tre baiocchi pe’ sta’ du’ ore, a Roma a de guardalla,

nun se stancheno mai l’occhi. De Roma te nn’ammori,

perché nessuna come a lei, sa’ fa’ all’amore.

L’esse romani è n’arte.

 

Roma sverta de lingua e de cortello,

Roma de bighe, cocchi e sampietrini,

Roma ariccontata dalla penna de Trilussa,

Roma svelata amante a Pasolini.

 

Roma, du’ facce de la stessa moneta coniata,

la Roma de’ chi giranno a li’ palazzi cia’ er mantello

e Roma, de’ chi dignitosamente scarzo

pe’ magna’ accattonanno gira la borgata.

 

Roma, e Roma tutta forestie’, questo

a da’ capì’ se sverto passi, Roma e li

romani, non poi scinne, si no’

sarebbe a di’ che hai visto al Campidoio

la lupa, si, ma senza i du’ fratelli

che ie succhiaveno le zinne.

 

 

MAURIZIO C.

A Settembre

 

Se fossi prato

saresti il fiore più bello

e profumato.

Se fossi mare

saresti il pesce più colorato.

Se fossi cielo

saresti sole.

Se fossi sera

saresti la stella più luminosa.

Se fossi assetato

saresti acqua di sorgente.

Se fossi affamato

saresti pane caldo.

Se fossi notte

saresti luna piena.

Se dovessi riscegliere

saresti tu.

Se fossi in catene

saresti la mia libertà.

Se fossi già passato

senza accorgermi

che ero vicino al paradiso,

non mi volterei

per non soffrire eternamente.

Se fossi settembre

saresti tu.

 

 

MAURIZIO T.

Gli occhi di mia madre

 

Dicono che ogni uomo abbia scritto la propria vita addosso.

I momenti di gioia e quelli di dolore

gli affetti e le cose che sanno scaldargli il cuore

i nemici e i giorni che vorrebbero cancellare per sempre.

Io la mia vita,

la mia storia l’ho scritta sulla pelle

davvero

e se mi guardo allo specchio

mi basta un attimo 

per ricordare tutto il meglio

e il peggio nei primi venti anni di età.

Sguardi freddi di sfida…

Sguardi di odio e disprezzo…

Sguardi strafatti e bisognosi di aiuto…

Mi sembrava di poter dire che nella vita

di occhi ne avevo visti tanti

ma sono riuscito a cancellarli tutti.

No!!!

Tutti no!!!

Quelli di mia madre

la mattina che mi hanno portato via

non li dimenticherò mai

sembravano spezzarti in mezzo

lontani eppure vivi

come appena rotti.

Uno specchio lucido

in cui non volevo riflettermi.

 

 

ROBERT R.

*

 

Non ho paura di morire.

Le persone se ne lamentano sempre

ma non capisco il motivo.

Potrei comprendere la paura di morire

in maniera dolorosa

o potrebbe essere spaventoso

per chi ha paura del buio.

Perché per me questo è la morte.

Un lungo interminabile sonno.

Freddo.

Avvolto nelle tenebre.

Dal quale non c’è ritorno.

 

Io invece temo il tempo.

Il tempo che tutto cambia.

Il tempo che tutto muta.

Tutto trasforma.

E così magari ritrovarmi un giorno

senza essere riuscito a realizzare

i miei sogni.

Arrivare alla fine dei miei giorni

ed avere solo rimpianti.

 

Accorgermi che il tempo

così potente ed eterno

ha raggiunto per me la sua fine.

Che è trascorso rapido.

Come un battito di ciglia.

In quel momento,

quando finalmente mi troverò alla fine

dei battiti del mio cuore.

Che io sia o no pronto a quel lungo

Tenebroso

Eterno sonno chiamato morte.

 

 

SAMIR A.

Ciao Amore mio

 

Amore mio

in un giorno freddo e un po’ tempestoso

la cosiddetta legge mi ha arrestato

e il giudice mi ha condannato

e tra queste sbarre mi ha mandato.

Il mio cuore si è spezzato

ma ti prometto che quando tutto finirà

accanto a te il mio cuore si aggiusterà.

Lo so

non sei ne oro ne argento

ma il mio cuore ti ama al 100%.

Vorrei essere una piccola piccola farfalla

per volare sulla tua dolce spalla.

Ogni tanto dalla mia finestra guardo la luna

vedo le stelle

e mi immagino perfino le onde del mare

ma mai cosa più bella di te.

Il mio cuore batte forte forte per te

ma come è strana adesso la mia vita

senza di te e di me.

Stare insieme e poi lasciarsi

fa davvero male al cuore

ma proverò a fermare il mio cuore

e cercherò in questa notte di non pensarti

perché è facile innamorarsi

ma ora è difficile poterti dimenticare.

Tu mi hai rubato il cuore

me lo hai strappato dal petto.

Non so cosa darei per ritornare indietro

e guardare nei tuoi meravigliosi e bellissimi occhi

e baciarti

e baciarti

e dirti

ti amo

amore mio.

È una vera ingiustizia stare qua senza di te

perché è un’altra notte che non passo con te.

Ora sono una piccola tempesta.

Ho perso la mia testa.

 

 

STEFANO B.

Gioia l’amore mi investe

 

Odire un fruscio,

il vento che spoglia un albero delle sue foglie,

vedere quei rami che racchiudono l’esperienza

di un’estate appena trascorsa.

Il sole a picco crea tutto così chiaro

che è quasi difficile distinguere la fine del cielo,

un cielo terso.

La curiosità,

cosa si cela al di la di ciò che non giunge ancora.

Il tempo corre così in fretta che il tramonto

arriva quasi inaspettato.

Un corso d’acqua lento e furbo ed è la,

dove l’acqua è più docile,

riflessi chiari dai quali si scorge uno sguardo,

un solo limpido ingenuo sguardo di donna,

appagante a tal punto che la sua figura sinuosa

appare quasi in secondo piano.

Ricevere un invito a vedere ed ascoltare

forme e parole non più aride,

emozionante euforia.

Giusto il tempo di racchiuderla nei desideri,

la voglia di conoscerne il nome,

è gioia dissetarsi di quell’amore che si fa strada

con arrogante dolcezza.

E da allora aspettare diventa soltanto

il ricordo di un tempo di cui non si ha più memoria.

 

 

TAIB M.

Pazienza!

 

Ogni giorno che passa …

Soltanto io so come passo …

ho passato.. inferno totale.

Della mia terra, la cosa più preziosa

è la mia famiglia.

Ho perso due fratelli

e quanti familiari … ho perso

in guerra,

quando penso … a loro

immagina come mi sento .. dentro di me.

Ogni giorno e notte sentire … sparare

e bombardare … muoiono …

e feriti … persone … innocenti …

solo noi possiamo capire quello che passiamo …

e Dio sa … come soffriamo …

solo lui può capire e chi crede in lui.

Capire …

nostro cuore e anima

la lontananza

sia noi sia la nostra famiglia.

Quanta pazienza … possiamo avere di poter vivere …

vivere in pace e che esistano persone …

uomini che ti danno speranza di poter vivere!

 

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